LO STATO SOCIALE: ESPLOSIONE DI “CROMOSOMI” AL THE CAGE THEATRE DI LIVORNO

di Andrea Michel Canu

stato sociale livorno the cageVenerdì sera sono andato al concerto di “Lo Stato Sociale” al The Cage. Li ascolto da un bel po di tempo ed ammetto che ero incuriosito di sentirli live: capita, troppo spesso, di andare ad un concerto e di trovare notevoli differenze tra quello che si ascolta uscito da uno studio di registrazione e quello che si sente live, e questo gruppo fa una musica che non è per niente facile da suonare.

All’ingresso ti rendi conto che è venuta gente da ogni angolo della Toscana, soprattutto dalle province di Lucca e Pisa oltre, ovviamente, a Livorno, e che il “teatrino” è sold out: c’è addirittura chi è arrivato da Roma col metodo “blablacar”, ma che in realtà viene da Salerno e ha trovato un posto di fortuna in un bed&breakfast a qualche centinaio di metri dal locale, per farvi capire quanto piacciono e smuovono questi cinque ragazzi di Bologna.

Iniziano le danze e i loro groove potenti ed elettronici ti fanno sentire come se fossi in discoteca e fanno venir voglia di scalmanarsi: va così che magari, come me, entri in giacca e camicia sicuro di volerti semplicemente godere il concerto, mettendoti comodo in piedi su un palchetto laterale perchè “qui si vede benissimo e non ci si trova in mezzo al casino”.
E alla terza strofa della prima canzone ti ritrovi lì, in mezzo alla bolgia, con la giacca nella tracolla, le maniche della camicia tirate su e i bottoni slacciati a far uscire la maglietta di sotto che menomale ti
sei messo, a cantare a squarciagola e pogare come se non ci fosse un domani.

Altrettanto potenti i testi: semplici e diretti, ma mai banali, che si tratti di amore, di riscatto o di protesta, non fa la differenza.

“So muovere un dito/e appenderci il fiato/di mille persone su un palco” canta Lodovico “Lodo” Guenzi, frontman del gruppo, in “Ladro di cuori col bruco” ed ha pienamente ragione: i ragazzi ci sanno fare e basta girarsi intorno per vedere un tripudio di mani alzate che vanno a tempo.

E’ un susseguirsi di cambi di ritmo, le loro cavalcate sintetiche ti fanno cantare e ballare e i testi ti fanno pensare, come in “La Rivoluzione non passerà in tv”, che vuol prendere un po in giro quelli che continuano a lamentarsi senza far nulla per cambiare la propria situazione, “C’eravamo tanto sbagliati”, che è un “fanculo” generale (a chi non conosce i chilometri, le facce sfatte, gli alberghi sporchi, i sogni mancati, i treni persi, le ore vuote/a chi non sceglie mai, a chi non rischia mai, a chi non sbaglia mai, a chi non brucia mai, a chi non muore mai/a chi non si perde mai/a chi non ha mai davvero paura),”Io, te e Carlo Marx” che invita ad andare oltre le difficoltà e cercare il bello nelle cose piccole di tutti i giorni (perché hai compreso che non c’è posto per lamentarsi delle avversità/e solo l’aria ci salverà/una casa in campagna/una tazza di tè/un letto grande/e tutte le mele che vuoi), “Quello che le donne dicono”, in cui si cantano le varie contraddizioni del genere femminile (ho il ragazzo e non dovresti avvicinarti/ho il ragazzo e dovresti avvicinarti/ho il ragazzo e mi avvicino per prima).

C’è lo spettacolo nello spettacolo di alcune intro che spiegano e raccontano com’è nata questa o quella canzone, nei siparietti di “Amore ai tempi dell’Ikea” e “Te per canzone una scritto ho”, nel balletto easy di “Questo è un grande Paese” ( che nella versione studio vanta il featuring con Piotta), in cui si prendono in giro l’Italia e i suoi luoghi comuni (vieni da noi/questo è un grande paese/troverai vecchi che guardano lavori in corso/giovani che guardano siti in manutenzione/ragazze da pagare per NON prostituirsi) . Ci si torna a scalmanare con “Abbiamo vinto la guerra” (Balla che chiunque un giorno ballerà/guardando sotto i piedi/leggerà il tuo nome/Libertà), durante la quale alcuni componenti della band si sono lanciati sul pubblico, in puro stile concerto rock.

Poi il testo forte di “Linea 30”, che parla, quasi senza parlarne, dell’attentato alla Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980 (Uno, due, tre, 10, 20, 50, 76 alla prima conta e 85 al definitivo/Centinaia i feriti/Eppure la Linea 30 alle 10 e mezza passò per viale Pietramellara/non sospettando nulla del genere) e tutte le altre canzoni dell’ultimo disco, “L’Italia peggiore”: “Senza macchine che vadano a fuoco”, il reggae di “La musica non è una cosa seria” (se lo fosse, questi ragazzi venderebbero assai di più dei vari Modà e Dear Jack, tanto per capirci), la scatenante “Piccoli incendiari non crescono”, la poetica “Il sulografo e la principessa ballerina”, lo stile ska di “Forse più tardi un mango adesso”, poi anche “Dozzinale” e la trascinante e ganzissima “In due è amore in tre è una festa”, che è impossibile da non ballare.

Grande chiusura con il loro capolavoro assoluto, “Cromosomi”: ritmo sostenuto, riff che ti gira in testa e un testo talmente bello che mi torna difficile scegliere qualche strofa per voi, quindi, se non la conoscete, ascoltatela immediatamente.

Dopo il concerto, che è durato un paio d’ore, non ho potuto fare a meno di notare che tutti, io per primo, eravamo sudatissimi e sorridenti. I ragazzi hanno fatto divertire davvero tanto e hanno fatto sentire tutti coinvolti dal primo all’ultimo minuto, che poi sentirsi coinvolti ad un concerto, secondo me, è la cosa migliore che ti possa succedere.

E alla fine non puoi fare a meno di venirtene via talmente contento che anche se, come me, prima del concerto avevi comprato il loro CD allo stand e a fine concerto non lo trovi (ne troverai) più, sorridi e pensi “chissenefrega, mi son divertito da far schifo proprio!”, per intenderci.

Piccola nota personale a margine: ragazzi, alcuni di voi “sono così indie”(come il titolo di una delle loro canzoni, che però non hanno suonato venerdì) che quando gli ho consigliato questo gruppo circa un anno fa mi hanno mandato a quel paese, ma venerdì c’erano, ballavano e si sono divertiti come matti, per dire.

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